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  • Lo sguardo dell’angelo
  • KCC Castello Cabiaglio (VA)
  • novembre 2018
  • a cura di Valentina Petter

 

Lo spazio dell’edificio storico, in passato utilizzato con funzioni precise e pervaso di una sua sacralità, accoglie ora la struttura industriale modulare senza crisi di rigetto (si spera). E la struttura accoglie lo sguardo per il quale è stata realizzata, e così ne ritrova la funzione.
Lo sguardo dell’angelo viene traslato dal passato e proiettato verso il futuro. Lo scarto spazio-temporale lo priva dell’aura spirituale di cui era intriso per donargli lo splendore della luce elettrica trasformandolo in un’insegna pubblicitaria, esposta al rischio di essere inglobata nel buco nero della sovraesposizione mediatica, immagine tra le immagini, di cui non rimarranno nemmeno le macerie.

Uno sguardo “periferico” come volontà di non essere risucchiati nel vortice dell’ingorgo visuale massmediatico dove tutto perde di senso e di valore nell’ipertrofia social della presenza continua e ininterrotta e nell’esposizione pornografica di qualsiasi fatto istantaneamente condiviso in una delle infinite Instagram Stories, quasi istantaneamente precipitate nell’oblio dell’insignificanza.

Uno sguardo resistente che persiste nell’epoca della totale aleatorietà ed evanescenza delle immagini consumate in continuazione da miliardi di sguardi fugaci e irrilevanti.
Uno sguardo schivo, rimasto appartato per secoli, ora scansionato e avvicinato a noi, che si manifesta in una nuova prospettiva.

Occhi tracciati in un tempo in cui la Società dello Spettacolo non si prospettava neanche lontanamente all’orizzonte. In cui la comunicazione tra gli individui non era ancora ridotta alla pervasività della merce.

La struttura con la sua modularità, serialità, chiarezza, composizione, con la sua attitudine progettuale e costruttiva, con il suo impianto di un evidente razionalismo modernista, è ormai consapevole della sua crisi e assume al suo interno il dubbio di uno sguardo perplesso che si fa testimone di uno spirito critico ancora necessario nel tempo presente.
È la necessità di una struttura portante che dia senso alla memoria e alla storia e faccia emergere dalle trame del presente le tracce disciolte del passato – e del suo sguardo – che è riuscito ad attraversare i secoli. (Joykix)

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L’artista Joykix propone per KCC un’installazione il cui temi sono la riflessione sullo sguardo, lo scorrere del tempo e la prospettiva. Nell’opera installativa Lo sguardo dell’angelo, gli occhi dell’angelo raffigurato sulla parete di fondo della cappella sono trasposti fotograficamente verso l’ingresso, iscrivendosi e amplificandosi retoricamente, come immagine luminosa – luce come simbolo di energia pura – all’interno di una struttura architettonica modulare. Esterno e interno sono in rapporto di valore, quindi lo sguardo dell’angelo – idealmente si ritrova proprio sul bordo, sull’uscio – permette a questo messaggero divino di “vedere” che cosa ci sia all’esterno, notare i profondi mutamenti che il passaggio dei secoli ha lasciato sia sull’ambiente che sulle persone. Ciascun elemento del lavoro contribuisce alla costruzione di una prospettiva, che gerarchizza le immagini e che nell’insieme richiama l’idea di ordine, di un pattern visivo costruttivo e percettivo, il cui valore comunicativo, associato al simbolico concetto immateriale della visione dell’angelo transita sulla realtà attraverso l’intervento dell’artista. (Valentina Petter)

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  • INSTABILESTABILE
  • Chiesa di San Rocco, Carnago (VA)
  • 24 giugno – 15 luglio 2018
  • A cura di Rossella Moratto e Luca Scarabelli

 

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  • In accumulo o in sospeso, ma in equilibrio #2
  • Joykix | Gianluca Quaglia | Eva Reguzzoni | Giuseppe Buffoli | Francesco D’Angelo | Monica Mazzone | Massimiliano Viel
  • Fondazione Bandera per l’ Arte ‐  Busto Arsizio (Va)
  • Dal 9 Ottobre al 12 Novembre 2017

A cura di Rossella Moratto

L’arte è un microcosmo dove avvengono incontri, si costruiscono relazioni, si scatenano conflitti. Volumi, superfici, colori e suoni suggeriscono racconti in divenire, continuamente riscritti. In accumulo o in sospeso ma in equilibrio#2 è una storia nata da un incontro, che si sviluppa sul terreno della pratica operativa in un contesto di negoziazione non convenzionale.
Lo spazio del confronto è l’opera di Joykix, un sistema modulare pensato per adattarsi a diverse situazioni e luoghi e per ospitare lavori di altri artisti che con la loro presenza ne condizionano la configurazione in una dinamica di limitazioni e libertà reciproche. Le distanze poetiche, tecniche ed espressive sono gli stimoli che danno l’avvio alla sfida e all’instaurarsi di una relazione complessa tra diversità – che può anche risultare fallimentare – che determina l’esito dell’operazione.
Il progetto è nato dall’incontro tra Joykix, Eva Reguzzoni e Gianluca Quaglia in occasione di Studi Festival # 3 (2017) e continua negli spazi della Fondazione Bandera con la collaborazione di Giuseppe Buffoli, Francesco D’Angelo, Monica Mazzone e Massimiliano Viel in una nuova configurazione che si propone non come una semplice variazione di uno schema dato ma come un’opera-laboratorio che innesca dinamiche sempre nuove, aperte all’imprevisto. Mostra e opera coincidono in un dispositivo che diventa il terreno di una narrazione aperta, articolata su molteplici livelli con la struttura che diventa allo stesso tempo ambito familiare e corpo estraneo, luogo da abitare e spazio da conquistare, senza temi o suggestioni a priori se non quelle suggerite dal titolo – l’accumulo, l’essere sospeso e la ricerca ideale ma non prescrittiva di un possibile equilibrio.
Il punto di partenza è la struttura-contenitore di Joykix, composta da elementi modulari in alluminio, potenzialmente praticabile e moltiplicabile all’infinito. La costruzione, che riprende e sviluppa alcuni lavori precedenti – della serie Volume – è l’esito di una riflessione sul razionalismo architettonico e sulla sua possibile applicazione nella costruzione di ambienti abitabili a partire da uno spazio neutro. La struttura si sviluppa in relazione alla specificità del sito, ne prende possesso con un ritmo visivo regolare, diventando una costruzione in espansione che richiama idealmente progetti di urbanistica radicale dei tardi anni sessanta e primi settanta come New Babylon, la città nomade di Constant e quello dell’agglomerato liberamente organizzato su un piano continuo di No Stop City di Archizoom con i quali condivide la carica utopica di uno spazio creativo in cui l’ordine costituito è sovvertito, all’interno del quale ognuno può modellare il proprio habitat secondo le proprie necessità, seguendo differenti logiche di interazione.

In accumulo o in sospeso ma in equilibrio#2 è un format in crescita – un’eterotopia, citando Foucault – in cui il processo collaborativo coincide con l’operazione artistica, ponendo una riflessione sul senso dell’evento-mostra. Pur rimanendo nell’ambito dell’estetico, la collettiva cerca di volta in volta le regole del suo farsi e i parametri concettuali della sua interpretazione, proponendosi come una piattaforma partecipativa, un archivio, un laboratorio.

 

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  • Il fantasma della merce
  • Angelo Sarleti | Joykix
  • Sala delle Colonne – Palazzo Comunale, Corbetta (MI)
    Dal 1 al 17 Aprile 2017

A cura di Rossella Moratto e Luca Scarabelli

La merce trascende la concretezza dell’oggetto per occupare pervasivamente la dimensione immateriale del desiderio, dell’identità e dell’immaginario personale e collettivo. Nell’epoca del capitalismo globale e digitale la sua materialità appare quasi residuale mentre accresce esponenzialmente il suo fantasma che è ovunque, un fantasma che sogna.
La colonizzazione fantasmatica delle esistenze individuali, prive di identità di classe, di sistemi di riferimento e di speranze nel futuro che non appare più all’orizzonte dell’eterno presente, si è definitivamente compiuta: la merce sembra essere l’unico universo di significanti su cui formare la propria identità consumatrice e perennemente desiderante attraverso un quotidiano esercizio di proiezione allucinatoria. Il fantasma è il potente meccanismo che il capitalismo mette in atto per governare le soggettività contemporanee e diventa anche il tramite per gestire i rapporti tra individuo e società. Si compie così la progressiva alienazione della soggettività nella merce, in una tensione perenne, mai appagata. Il fantasma sogna e noi con lui.
Il sonno che produce le vivide visioni oniriche che incantano e seducono la maggioranza per alcuni è disturbato, frammentario e discontinuo: nelle pieghe dell’assopimento si appanna lo splendore fittizio dell’incoscienza rivelando un altro aspetto della merce, che si manifesta epifanicamente nella sua ottusa opacità fenomenica.
Non è facile esprimere queste evasioni perché l’onnivoro spettro si nutre di tutto, anche del suo opposto, digerendolo e trasformandolo a sua somiglianza in un processo di accrescimento incessante apparentemente impazzito: per sottrarsi bisogna procedere per allusioni e slittamenti di senso, trasformando la seduzione alienante in adescamento insidioso.
Angelo Sarleti e Joykix tentano di ingannare il fantasma, in modi diversi ma con alcune affinità, ambedue portatori di un’urgenza che rimanda alla questione imprescindibile del soggetto e del sua possibilità di intervenire nel reale.
Joykix si immerge nella merce, spiando voyeuristicamente il mondo segreto del prodotto necessario per eccellenza, il cibo, rivelandone una nudità estranea, perfino sgradevole, abitualmente celata da un’ammaliante confezione. La seduzione del packaging è lo specchio per le allodole, il gioiello a portata di tasca che si esibisce nel suo splendore illuminato dalle luci di una ribalta effimera e destinato presto a diventare scarto privo di valore, il totemico residuo dell’aleatorietà del fantasma, dalla natura apparentemente instabile ma tenace. Ed è questa precarietà, che si alimenta di criticità endemiche e continue che Angelo Sarleti rappresenta come incontro/scontro di figure geometriche che descrivono gli squilibri delle dinamiche del capitale. Sotto le spoglie di innocue geometrie dipinte con tecniche tradizionali che formalmente richiamano la tradizione dell’Astrattismo, traducono l’instabilità dei flussi finanziari prendendone in considerazione di volta in volta diversi aspetti: in particolare in questa serie di prototipi è descritto l’immobilismo precario della crisi ciclica del sistema che – Too big to fail cioè troppo grosso per fallire – si manifesta a velocità sempre più rapida, sacrificando cannibalescamente alcune delle sue membra per la sopravvivenza del corpo disincarnato del capitale.
Rossella Moratto

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A cura di Rossella Moratto

Tre artisti – Joykix, Eva Reguzzoni, Gianluca Quaglia – accettano la sfida di confrontarsi in un contesto di negoziazione non convenzionale, realizzando un’installazione a sei mani. Lo spazio dell’incontro è l’opera-struttura di Joykix – ultimo sviluppo della serie Volume – che diventa il display per i lavori degli artisti che si esprimono con media diversi e sviluppano ricerche eterogenee, quasi opposte, che hanno imposto alla struttura modulare che li accoglie la sua configurazione attuale, in una dinamica di limitazioni e libertà reciproche. Le distanze poetiche, tecniche ed espressive sono lo stimolo che dà avvio alla complessa relazione – che può anche risultare fallimentare – che determina l’esito dell’opera.
L’approccio di Joykix, razionale e costruttivo, fondato sulla pratica del progetto e legato a un ripensamento del razionalismo fa i conti con quello più intimo e viscerale, autoanalitico di Reguzzoni che invece guarda a ritroso, alla dimensione della memoria ricercata con tecniche antiche e desuete e quello estroverso di Quaglia, basato su logiche relazionali e inclusive rispetto al contesto in cui l’intervento si inserisce, in modo lieve ma quasi virale, con strategie di occupazione.
La mostra è quindi il teatro in cui si sviluppa la narrazione dei tre personaggi-autori su molteplici livelli, come interazione fisica e mentale con la struttura data, che diventa insieme ambito familiare e corpo estraneo, luogo da abitare e spazio da conquistare.
La mostra e l’opera coincidono manifestandosi in accumulo o sospeso ma in equilibrio, analizzando allo stesso tempo la sua logica espositiva. È un dispositivo che amplia l’ambito di azione e interazione, rovesciando ruoli e punti di vista, istituendo altre regole e parametri concettuali. La dinamica di incontro/scontro non è determinata da tematiche o suggestioni date a priori ma dalla concreta ricerca di una convivenza che si attua nel processo partecipativo e problematico della costruzione del lavoro.

Rossella Moratto

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Surplace, Varese, dicembre 2016

https://vimeo.com/203571527

a cura di Rossella Moratto

Come nasce un’opera d’arte? È una domanda complessa, alla quale non sempre è possibile dare una risposta: un’immagine vista, una notizia letta sui giornali, a volte un suono. Può essere quasi proustianamente, il rumore del motore entrobordo di un barcone, uno dei tanti che solcano le acque del Mediterraneo con esito incerto, a innescare la miccia delle connessioni che trascendono l’evento concreto nella sintesi dell’opera. L’odissea epocale dei contemporanei Argonauti si rinnova, lasciandosi alle spalle la dimensione mitica e spirituale per diventare la metafora del viaggio – quello dei migranti di ogni epoca, passata presente e futura – e della tensione umana verso lo spostamento, spinto dalla necessità della fuga o dal desiderio della scoperta. Un percorso secolarizzato, allo sbaraglio, senza meta.

Joykix – scenografo di formazione – traduce queste suggestioni in una messinscena. La nuova narrazione, è restituita nella dimensione ambientale di una maquette teatrale i cui elementi sono nudi indizi, a volte ambigui, di un racconto che non ha un andamento univoco né un finale certo. Un’interpretazione immaginaria che sostituisce alla chiarezza teleologica la contraddittorietà del dubbio.

Si procede senza luce, in penombra. Il silenzio è rotto dal rombo sordo del motore di un natante precario, senza presenza umana: è lo spettatore ad assumere il ruolo dell’Argonauta, idealmente imbarcato sulla nave che, lugubre cassa nella forma di un parallelepipedo nero, galleggia solitaria in uno spazio astratto composto da una struttura modulare virtualmente moltiplicabile all’infinito, i cui elementi verticali e orizzontali creano una risonanza visiva corrispondente al ritmo di quella sonora. La struttura riprende e sviluppa alcuni lavori precedenti – della serie Volume e in particolare Volume #4 (con volume #3 incluso)– ed è l’esito di una riflessione critica sull’architettura razionalista e sulla sua aspirazione utopica, in parte fallita nella sua banalizzazione, di cui il frammento di un muro di cemento, ai lati della scena, ne è un residuo. Ma questo scarto è allo stesso tempo un menhir, che si erige come un totemico segnale di un antico percorso di cui si è persa la memoria.

Gli Argonauti del XXI secolo non hanno un destino segnato, viaggiano nell’incertezza di un eterno presente sospeso e antieroico, che fagocita il passato serbandone scarsa memoria e non sembra capace di immaginare il futuro, offuscato e confuso dai fantasmi di bisogni e di desideri indotti, travestiti da traguardi. Il fantasma è una figura ricorrente in Joykix: è l’immagine riflessa della realtà privata della scintillante e rassicurante patina del consumo, l’incubo dell’apparizione del “pasto nudo” nella sua brutalità. Gli spettri della merce nella precedente serie Cibodentro diventano qui quelli delle immagini mediatiche, sirene della spettacolarizzazione deformate dall’eccessiva esposizione che ne smaschera la vacuità. Il richiamo è ridotto a un incoerente rumore di fondo e a un indistinto bagliore, parzialmente celato da una schermatura scura con una residua doratura: anche il vello d’oro ormai ha perso la sua aura e il metallo prezioso è solo un pigmento, smangiato dal nero profondo. La macchina scenica fatta di metallo, luce, suoni, catrame e cemento è erede dell’estetica punk e cyberpunk contaminata da riferimenti all’avanguardia teatrale sovietica dei primi del Novecento –Mejerchol’d tra gli altri –, su cui si innestano la crudeltà di Artaud, la catastrofe immanente di Ballard e l’isolamento delle figure di Bacon. Le tracce si confondono nella surrealtà dell’opera, cronaca frammentaria e contraddittoria. Non si inscena solo la fine delle grandi narrazioni ma anche lo svuotamento e la consunzione delle forme tradizionali della rappresentazione. Gli Argonauti, sopravvissuta vestigia della memoria collettiva, sono riproposti in chiave di pura immanenza, rappresentano la condizione umana nel momento di transizione dalla fine della modernità a un presente entropico, come una domanda senza risposta, nella irriducibile tensione verso l’immaginazione di un possibile orizzonte.

Rossella Moratto

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  • Volume #4 (con volume #3 incluso) 
  • prototipo_2016
  • materiali vari e videoproiezioni
  • dimensioni: cm 360x300x70

SOPRASOTTO. DISEQUILIBRI DELLA VISIONE
A partire dalle riconfigurazioni di Ugo la Pietra                                                               mostra a cura di Ermanno Cristini e Luca Scarabelli

Joykix, Volume 4 (con Volume 3 incluso), 2016


Volume 4 (con Volume 3 incluso) è un dispositivo, un archivio e un display, uno spazio che si definisce di volta in volta in corso d’opera.

Sintetizza la mia riflessione sull’architettura razionalista, partendo dal concetto di modulo (60×60 cm e suoi sottomultipli) dedotto dalle caratteristiche dei materiali prefabbricati industriali presenti nello spazio espositivo (pannelli per controsoffittatura, piastrelle per pavimenti e rivestimenti murari), un supermercato in disuso.

Il modulo standardizzato diventa l’unità di misura per una struttura che adatta la propria forma e dimensione all’ambiente: in questo caso, rispondendo al concept curatoriale, propone il ribaltamento del controsoffitto invertendolo “sotto sopra”.

Volume 4 è anche un archivio, una griglia per esporre altre opere, visibili unicamente abbassandosi e spiando tra gli elementi costruttivi – dove sono parzialmente celate sotto forma di immagini residuali – o alzando lo sguardo: due video della serie Cibodentro che ci introducono all’interno del mondo segreto dei surgelati, dentro ai sacchetti ermeticamente chiusi, rivelando l’alimento come corpo estraneo nella sua nudità fenomenica nascosta delle invitanti e rassicuranti confezioni esposte sugli scaffali del banco-frigo. Ciò che della merce vediamo e che ci seduce è la confezione, destinata a diventare scarto immediatamente dopo l’acquisto, pur non subendo un processo di degrado, anzi rimanendo come testimone/scoria. Il blister é l’erede postmoderno della custodia, che invece era involucro prezioso e duraturo, e qui, nella metaforica trasparenza di un parallalepipedo di PVC, è reso come fantasma della merce di cui conserva in forma di impressioni le tracce del suo passaggio.

La rigidità della struttura contrasta con l’aleatorietà delle immagini, che la mette in crisi: l’utopia razionalista si rovescia nella distopia quotidiana del consumo.

Rossella Moratto

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Il rivoluzionario saprà anche che la fuga è rivoluzionaria.

Ma io so che la fuga è una prassi fallimentare, comunque.

Pratica impossibile nella quale l’ombra del fantasma si palesa costante.

E verso il fantasma nessuna arma può servire.

Lunga vita ai fantasmi!

http://www.cosecosmiche.org/

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Joykix e l’ «inconscio ottico» del nostro cibo

Il fantasma della libertà. (Cibo dentro) di Joykix è come gettare uno scandaglio visivo dentro il rapporto che intratteniamo oggi con il cibo, ovvero con uno dei simboli (e dei sintomi) più potenti del nostro mondo e di noi stessi. Guardare dentro il cibo significa guardare in noi stessi, guardarci dentro. Una delle parole che testimonia questa identità del vivere umano con il cibo è la parola convivium legata a cum-vivere, «vivere insieme»: l’atto di mangiare rinvia al mangiare insieme e ciò a sua volta rinvia alla natura sociale dell’azione e della vita nel suo complesso, alla dimensione essenzialmente politica della sua libertà.
La comunanza e la congenericità dei singoli uomini nel cibo ci viene ricordata in una delle variazioni del mito greco di Dioniso: il dio venne divorato dai Titani e per questa ragione essi furono ridotti in polvere da Zeus; da questa polvere nacquero gli uomini, ma ognuno porta con sé in corpo un frammento di Dioniso. La stessa immagine rivive nell’eucarestia cristiana, l’essere uomini in senso più profondo può accadere solo prendendo parte alla sacra mensa, in cui si torna a mangiare il corpo e il sangue di Cristo.
Nonostante la dimensione rituale del convivium con tutta la sua forza simbolica continui a resistere, il baricentro del nostro rapporto con il cibo si è spostato su aspetti nutrizionali e igienici: nel sistema del lavoro planetario, il cibo è merce, un combustibile per far muovere la macchina umana. Il cibo stesso si muove per miglia di chilometri, da un continente all’altro e per consentire questo spostamento dai luoghi di produzione agli scaffali viene congelato, imballato; così la vita di spinaci, carne, pesci, polli viene bloccata perché possa riprendere solo sul fondo delle pentole o di forni a microonde. Quali sono le geometrie, i colori, le superfici dell’alimentazione colta nella sua versione più igienicamente contemporanea? Come si presenta ai nostri occhi ciò che fa funzionare la macchina umana, un attimo prima che ritorni a ricordare in modo più o meno vago la vita da cui proviene?
Lo sguardo fotografico di Joykix penetra nei recessi di confezioni specchianti per cogliere un passaggio, un momento di sospensione di questa complessa filiera della produzione del cibo umano. Le immagini di Joykix colgono l’istante in cui il cibo è ancora dentro, dentro la busta, dentro forme algide e astratte che di lì a poco torneranno a somigliare a ciò da cui provengono, piselli, carote, gamberetti, polpette… L’occhio fotografico di Joykix coglie il punto celato, rimosso e nevralgico del processo di produzione del combustibile della macchina umana: a Joykix non interessano le sfavillanti immagini delle confezioni, né l’origine del cibo, ma quello stato intermedio che lo caratterizza incontrovertibilmente per le sue funzioni, attraverso le figure che ci appaiono affiorando alla superficie degli involucri. Le complesse storie di ricerca chimiche, fisiche, dietologiche, pubblicitarie ed economiche che stanno dietro a ogni singolo prodotto hanno forme e colori che Joykix ci rende visibili, prima che svaniscano inavvertite nell’irriflesso gesto quotidiano, come se nulla fosse successo, come se il rigido agglomerato ocra fossero solo patate, come se il blocco verdastro che si cela nell’involucro lucido dinanzi a me fossero davvero solo spinaci. La vita degli alimenti è stata forzatamente fermata, una volta che la confezione è stata aperta, la vita riprende, il combustibile torna a essere disponibile per far funzionare la macchina; ma qualcosa dentro il gelido sacchetto è successo. Prima che ci si dimentichino le storie che hanno portato fino a noi ciò che sta in quei luccicanti involucri protettivi, prima che quei prodotti tornino ad assomigliare più o meno vagamente alle piante o agli animali da cui derivano, Joykix punta lo sguardo a quelle sculture misteriose, anonime e raggelanti che costituiscono l’anello di congiunzione tra la vita di quelle piante e di quegli animali e le nostre vite. Lo sguardo di Joykix mostra quanto sia ancora vero ciò che diceva Walter Benjamin a proposito della fotografia, ovvero che può portare alla visibilità «l’inconscio ottico» dell’esistenza umana, ciò che tende a passare inosservato e che pure caratterizza in modo determinante la nostra vita.
Le fotografie di Joykix ci spingono con gli occhi e con i sensi a una distanza ravvicinata e inaspettata fino a farci sentire l’assenza di odore della vita bloccata del cibo, un’immagine in cui riconosciamo la nostra vita inceppata, il congelamento del nostro convivium, della nostra libertà e, allo stesso tempo, il luogo e le forme da cui ripartire.

Maurizio Guerri

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Senza orizzonte [Porta Nuova] è un insieme di immagini derivate da scatti fotografici aventi come soggetto alcuni nuovi edifici di Milano, sedi di importanti aziende, banche, compagnie di assicurazioni, residenze di prestigio, che oggi segnano in maniera deliberatamente evidente e imponente il paesaggio.

Sono dei pieni che hanno riempito vuoti che per molti anni sono stati presenti in una zona centrale della città e ne hanno costituito un’anomalia rispetto al generale sviluppo urbano. Vuoti e territori abbandonati che da sempre sono stati per me presenza piena e riconoscibile nell’attraversamento della città e che ora ne hanno subito lo stravolgimento.

Il nuovo orizzonte di Milano: rapide edificazioni, fortemente assertive e affascinanti, hanno modificato radicalmente la percezione dello spazio urbano nella sua dimensione alto-basso. È la tormentata downtown lungamente sognata dal dopoguerra per segnare Milano (città orizzontale per natura) finalmente anche in verticale. Una verticalità che rende visibile ed evidente quale sia e dove sia il vero Centro Direzionale, che sintetizza con grande forza scultorea dove si condensa il potere.

Ma il mio lavoro non è di tipo documentario o analitico, piuttosto è trasfigurare e reinterpretare in chiave visionaria il significato di queste volumetrie, smontandole e rimontandole in altre prospettive. Filtrando le immagini originarie attraverso una percezione oscillante da una forma forte e fortemente assertiva, a una composizione frammentata e in equilibrio precario, in bilico e già protesa verso la sua necessaria e inevitabile distruzione.

Le immagini sono realizzate con vari strumenti di ripresa, dalla fotocamera tradizionale di buona qualità, alla piccola digitale tascabile, al telefono, allo scatto da pc. La tecnica e la resa finale risultano fortemente oscillanti da una forma più rigorosa e aderente a una visione “realistica” e documentaria a slittamenti più impressionistici, onirici, destrutturanti, virtuali. La commistione avviene anche con scatti effettuati durante sopralluoghi avvenuti in zona tramite Google Earth.

Questi sono parte di una mappatura nuova. Una copia dell’esistente che necessita, in questa fase di grandi stravolgimenti globali, di una sua rappresentazione tridimensionale. Uno spazio virtuale dove ricostruire i luoghi-copia dell’esistente. Ma in questa copia, che ci si aspetterebbe tendente alla perfezione, si verificano errori. Gravi errori. Evidenti e divertenti. Gli edifici entrano in contatto con la mappatura superficiale e ne provocano la distruzione, la rottura della trama, della consequenzialità, della distesa topografica. Come una pelle delicatissima che non regge l’urto dell’innesto. Un paesaggio di rovine virtuali che mal si accorda con l’idea di paesaggio che dovrebbe rappresentare. Strade che si presentano come vittime di sconvolgimenti, faglie, erosioni, bombardamenti, crolli. Casualmente sono i luoghi dove si condensano i centri decisionali più potenti del pianeta. Come rovine senza un passato. Paesaggi come esiti di un passato che non c’è mai stato.

È una involontaria distopia, metaforicamente esauriente.

Lavoro sul paesaggio come ciò che rimane di incontestabilmente visibile della storia. Paesaggio come distesa di manufatti e alterazioni visibili o che si rendono visibili. Testimonianze del passaggio dell’uomo sulla terra e delle sue trasformazioni. Paesaggio come traccia di ciò che è stato. Come testo da leggere e interpretare.

Il paesaggio diventa il collettore di tutto. Ma la sua percezione non è più lineare e consequenziale ma oscilla paurosamente dalla durezza della materia cementizia all’aleatorietà: la durezza dello spigolo si trasforma nella molle deformazione. La rigorosa consequenzialità degli elementi geometrici collassa in un incongruo ammasso di frammentazioni. Liquide immagini virtuali.

Guardo con fascinazione e orrore queste forme che si impongono.