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Surplace, Varese, dicembre 2016

https://vimeo.com/203571527

a cura di Rossella Moratto

Come nasce un’opera d’arte? È una domanda complessa, alla quale non sempre è possibile dare una risposta: un’immagine vista, una notizia letta sui giornali, a volte un suono. Può essere quasi proustianamente, il rumore del motore entrobordo di un barcone, uno dei tanti che solcano le acque del Mediterraneo con esito incerto, a innescare la miccia delle connessioni che trascendono l’evento concreto nella sintesi dell’opera. L’odissea epocale dei contemporanei Argonauti si rinnova, lasciandosi alle spalle la dimensione mitica e spirituale per diventare la metafora del viaggio – quello dei migranti di ogni epoca, passata presente e futura – e della tensione umana verso lo spostamento, spinto dalla necessità della fuga o dal desiderio della scoperta. Un percorso secolarizzato, allo sbaraglio, senza meta.

Joykix – scenografo di formazione – traduce queste suggestioni in una messinscena. La nuova narrazione, è restituita nella dimensione ambientale di una maquette teatrale i cui elementi sono nudi indizi, a volte ambigui, di un racconto che non ha un andamento univoco né un finale certo. Un’interpretazione immaginaria che sostituisce alla chiarezza teleologica la contraddittorietà del dubbio.

Si procede senza luce, in penombra. Il silenzio è rotto dal rombo sordo del motore di un natante precario, senza presenza umana: è lo spettatore ad assumere il ruolo dell’Argonauta, idealmente imbarcato sulla nave che, lugubre cassa nella forma di un parallelepipedo nero, galleggia solitaria in uno spazio astratto composto da una struttura modulare virtualmente moltiplicabile all’infinito, i cui elementi verticali e orizzontali creano una risonanza visiva corrispondente al ritmo di quella sonora. La struttura riprende e sviluppa alcuni lavori precedenti – della serie Volume e in particolare Volume #4 (con volume #3 incluso)– ed è l’esito di una riflessione critica sull’architettura razionalista e sulla sua aspirazione utopica, in parte fallita nella sua banalizzazione, di cui il frammento di un muro di cemento, ai lati della scena, ne è un residuo. Ma questo scarto è allo stesso tempo un menhir, che si erige come un totemico segnale di un antico percorso di cui si è persa la memoria.

Gli Argonauti del XXI secolo non hanno un destino segnato, viaggiano nell’incertezza di un eterno presente sospeso e antieroico, che fagocita il passato serbandone scarsa memoria e non sembra capace di immaginare il futuro, offuscato e confuso dai fantasmi di bisogni e di desideri indotti, travestiti da traguardi. Il fantasma è una figura ricorrente in Joykix: è l’immagine riflessa della realtà privata della scintillante e rassicurante patina del consumo, l’incubo dell’apparizione del “pasto nudo” nella sua brutalità. Gli spettri della merce nella precedente serie Cibodentro diventano qui quelli delle immagini mediatiche, sirene della spettacolarizzazione deformate dall’eccessiva esposizione che ne smaschera la vacuità. Il richiamo è ridotto a un incoerente rumore di fondo e a un indistinto bagliore, parzialmente celato da una schermatura scura con una residua doratura: anche il vello d’oro ormai ha perso la sua aura e il metallo prezioso è solo un pigmento, smangiato dal nero profondo. La macchina scenica fatta di metallo, luce, suoni, catrame e cemento è erede dell’estetica punk e cyberpunk contaminata da riferimenti all’avanguardia teatrale sovietica dei primi del Novecento –Mejerchol’d tra gli altri –, su cui si innestano la crudeltà di Artaud, la catastrofe immanente di Ballard e l’isolamento delle figure di Bacon. Le tracce si confondono nella surrealtà dell’opera, cronaca frammentaria e contraddittoria. Non si inscena solo la fine delle grandi narrazioni ma anche lo svuotamento e la consunzione delle forme tradizionali della rappresentazione. Gli Argonauti, sopravvissuta vestigia della memoria collettiva, sono riproposti in chiave di pura immanenza, rappresentano la condizione umana nel momento di transizione dalla fine della modernità a un presente entropico, come una domanda senza risposta, nella irriducibile tensione verso l’immaginazione di un possibile orizzonte.

Rossella Moratto

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